E adesso niente. A gennaio diventerò zio, ho dato tre esami in una settimana (il fatto che non me ne vanti prendetelo come una vanteria) e posso dire sottovoce di aver finito. Mi attendono due mesi a casa, a scriver la tesi. E l'unica cosa divertente è che mesi fa rima con tesi. Il tempo, come al solito. Se non ci combatti diventa un ottimo alleato.
Domani sera tornerò a Pavia con la macchina a caricare scatoloni. Parlerò intimamente con ogni foglietto di carta, ogni volantino, ogni pezzetto di gomma, ogni matita senza punta, ogni elefantino comprato prima o dopo un esame, quella foto che ritrae benissimo un momento che vorrei non scordare mai, e mi rimanda a tanti altri che un giorno diverranno solo ricordi di emozioni, discuterò a fondo con la mia collezione di penne scariche, con i calzini e le scarpe da calcetto, con la sedia gialla, quella che si rompeva una volta a settimana, farò un paio di domande ai poster che si davano il turno per cadere nei momenti meno indicati, avrò due parole persino per la polvere grigia sopra la pila di libri. Con loro invece, con i libri, chissà, ci ho già parlato un sacco di volte. Forse ne sfoglierò un paio, per il resto faranno sentire la loro voce quando saranno dentro uno scatolone che dovrà scendere di cinque piani.
La nostalgia è lenta. Ma una volta arrivato al portone penserò in fretta ad una frase per il commiato, una frase adeguata fatta di poche parole, con una certa qualità letteraria, e fumerò sollenemente una sigaretta rollata male.
Quando hai solo le vecchie parole come fai a dire qualcosa di nuovo?
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